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L'alternativa tra creatività soggettiva e
spontaneità originaria sulla via della maestria
Kata è un termine giapponese, non cinese. E' un
carattere che però esiste già in Cina e i giapponesi importano dalla
Cina stessa e lo riempiono di una connotazione ancora più
circostanziata.
Dei
kata si parla soprattutto nelle arti e discipline giapponesi, non
cinesi. Però la base è questa: lo sforzo, la tensione per guadagnare o
riguadagnare la spontaneità della processualità naturale del Dao
attraverso un percorso di un certo tipo.
Il kata spiega, struttura, dà forma a questo percorso. Riguadagnare la
spontaneità sembra una contraddizione in termini, e lo è dal nostro
punto di vista occidentale. Per noi la spontaneità è uno stato
originario da cui poi si tende ad allontanarsi. Per noi il bambino è
spontaneo mentre l'adulto, gradualmente, perde questa spontaneità e
inizia a strutturare la propria individualità con comportamenti e modi
di fare, modi di relazionarsi all'altro che gli conferiscono lo status
di adulto, di persona matura. Per il mondo estremo orientale questo è
paradossalmente il contrario. La spontaneità è qualcosa che si conquista
attraverso una pratica. La vera spontaneità coincide con la maestria di
una disciplina particolare.
La spontaneità originaria è una dimensione ancora caotica, non formata.
Questo lo si trova in tutti gli esempi, dal bonsai, alle arti marziali,
all'ikebana. La vera spontaneità si raggiunge al termine. Poi c'è anche
un rapporto tra l'inizio e la fine, c'è un cerchio che si chiude. E'
vero che anche nella dimensione orientale il bambino è un esempio da
seguire. I testi taoisti sono pieni di metafore improntate sulla
spontaneità del bambino. Ma la spontaneità del bambino è ancora
irriflessa. Il vero percorso dell'uomo è riuscire a tornare a questa
spontaneità compiendo un percorso. Ecco perché l'inizio e la fine, il
bambino e il vecchio, vengono a coincidere. Il vecchio monaco zen
riguadagna la spontaneità originaria del bambino, però avendo fatto un
percorso.
Questo è uno dei significati di un detto molto paradossale, che amano i
maestri zen, secondo il quale prima di iniziare una pratica le montagne
sono semplici montagne e i fiumi sono semplicemente fiumi (è la
dimensione iniziale). Mentre si studia ci si rende conto che le
montagne, forse, non sono semplici montagne e che i fiumi non sono
semplici fiumi. Ci si potrebbe chiedere chi ce l'ha fatto fare di
compiere tutta questa fatica per tornare al punto di partenza e non
scoprire niente di nuovo.
Invece è proprio lì che sta la genialità di questi percorsi: si torna al
punto di partenza ma si torna trasformati. Ci si pone di fronte alle
cose, di fronte al mondo, di fronte agli altri, di fronte a se stessi
con un atteggiamento che è totalmente mutato e, nello stesso tempo,
originario. Per la dimensione che stiamo studiando, una persona
veramente originale non è la persona stravagante, non è qualcuno che fa
il mattacchione e dice tante cose un po' strane. La persona originale,
come dice l'etimologia della parola, è la persona che torna all'origine.
E' un ritorno all'origine non banale, ma consapevole. Quando si inizia
un percorso, si vorrebbe raggiungere subito la meta, l'obiettivo finale.
Ma l'esperienza dei maestri, in tutte le discipline tradizionali, dice
che quanto più noi ci attacchiamo alla meta e quanto ci attacchiamo
spasmodicamente a raggiungere un risultato, tanto meno lo otterremo,
perché qualcosa si ottiene senza sforzarsi di ottenerlo, distaccandoci
dal pensiero fisso, dalla volontà di ottenere.
Se non c'è questo distacco non si ottiene mai nulla. Questo è anche il
paradosso della pratica. Si raggiunge un traguardo soltanto
dimenticandosi del traguardo stesso. Si fanno dei progressi soltanto
rigettando l'idea di miglioramento e di progresso. Finché noi ci
sforziamo di ottenere una meta, la stessa meta rimarrà inevitabilmente
lontana da noi.
Allora il problema è: perché devo iniziare un percorso se poi non ho
qualcosa da raggiungere? Infatti il momento iniziale è considerato
comunque come qualcosa di produttivo: si inizia a fare meditazione zen,
a praticare una disciplina, come lo shiatsu, perché o parte da un
bisogno o parte d una difficoltà iniziale, da una carenza, da un senso
di insoddisfazione o perché si vuole raggiungere qualcosa. Ovviamente se
si vuole raggiungere qualcosa è proprio perché ci si sente mancanti di
quella cosa.
Come prima tappa può andare bene. Il problema è che se viene mantenuto
il livello di attaccamento alla meta e al risultato non ci si libera mai
dall'io, che è l'unica condizione necessaria per progredire. Non c'è più
nessuna identità nessuna singolarità che conquista qualcosa, che
ottiene, ma c'è qualcosa che accade: questo è il cambiamento di
prospettiva.
Per esempio, se si inizia a stare seduti in meditazione, si inizia
perché si ha una tensione, perché si prova un disagio. Finché si resta
attaccati a questa tensione (voglio ottenere l'illuminazione, voglio
stare meglio etc.) c'è sempre un io che prova attaccamento. Nella
meditazione solo staccandoci dall'io si riesce a sciogliere i nodi e a
fare dei progressi.
Allora non ci sarà più un io che fa dei progressi, un qualcuno di
roccioso e autonomo che compie delle tappe, ma ci sarà qualcosa che
accade gratuitamente. Ci sarà qualcosa che avviene indipendentemente
dalla volontà del singolo.
Questo è valido in ogni disciplina.
La capacità di eseguire una pennellata perfetta si raggiungerà quando
non ci sarà più un io che vorrà compiere una pennellata perfetta. La
pennellata sarà una esplicitazione, una estrinsecazione di un movimento
di cui la persona che dipinge è uno strumento. Non c'è più un io che
dipinge ma c'è un'individualità che si riconosce parte di una
processualità più ampia, come un microcosmo che si riconosce parte di un
macrocosmo, attraverso il quale questa pennellata accade.
La relazione con l'altro inizia veramente ad essere profonda quando
queste due individualità si riconoscono come reciprocamente necessarie e
non più quando c'è un io che si sente separato dall'altro e dice 'adesso
ti curo, ti faccio stare bene'. Questa è la paradossalità dei percorsi,
dal samurai al medico tradizionale, che si incontrano sullo stesso
cammino.
E' lo sganciamento dall'io, dalla pretesa che esista una individualità
rocciosa, autonoma, sostanziale che mi permette di migliorare, che mi fa
riconoscere come parte di un tutto. I maestri zen cercano infatti
proprio il paradosso attraverso i koan, con le battute di botta e
risposta che scardinano le pretese logico concettuali di definire.
Il pensiero non riesce ad afferrare la realtà proprio perché la realtà
è, per sua stessa natura, paradossale, anche in quelle manifestazioni
che a noi sembrerebbero buone, positive, moralmente accettabili, come il
desiderio di curare, di fare del bene agli altri. I maestri ci dicono
che finché l'individualità è convinta di fare del bene agli altri non si
starà mai veramente bene, perché si rimarrà sempre attaccati a questo
senso di autogratificazione, vanagloria, pretesa di essere indipendenti
dal malato che si cura.
Questo viene esplicitato non in modo concettuale, ma tramite una
pratica. Le discipline orientali, come lo shiatsu, agiscono soprattutto
su una dimensione relazionale, pratica, attiva, e cercando di far capire
che la logica non riesce a stare al passo della realtà. Però deve essere
una pratica consapevole di questa esigenza di purificazione.
Certo, è difficile per uno che passa degli anni ad apprendere dei kata,
delle forme, delle discipline, a non porsi più un obiettivo. Ma la
tradizione ci dice che solo continuando a praticare si raggiunge questa
connessione (o condizione) ideale. Soltanto continuando a praticare
l'individualità scompare nel kata, nella forma, nella tecnica.
L'individualità, in un certo senso, esce di scena, o si pone in secondo
piano, per lasciar emergere qualcosa che, tramite quella individualità,
si apre gradatamente.
Quando si pensa ad un capolavoro di un maestro di pittura, quel
capolavoro, in un certo senso, si è fatto da sé, è accaduto, e il
pittore è stato quella particolare manifestazione del Dao che ha
permesso l'attuarsi di quel capolavoro. Questo è un po' in antitesi con
l'idea romantica del genio creatore. Il romanticismo nella forma
classica era già diverso; infatti bisogna fare attenzione a non vedere
sempre un tutto contrapposto oriente-occidente, perché ci sono molti
occidenti nell'oriente e molti orienti nell'occidente. Ci sono molte
concezioni e molte correnti nella filosofia dell'arte.
Però la tradizione che noi abbiamo ereditato per quanto riguarda l'arte,
in particolare dal rinascimento e dal romanticismo, ci mostra il
creatore come una sorta di individuo particolarmente dotato, con una
forte individualità che si distacca dalla media per il prorompere della
sua genialità. Il grande pittore, il grande musicista, il grande
scultore sono tanto più geniali, tanto più famosi quanto più le loro
opere si distaccano dalla normalità, quanto più le loro opere sono
assolutamente riconoscibili: questo è assolutamente Michelangelo! Questo
è assolutamente Beethoven!
Nel mondo orientale, invece, un maestro è tanto più maestro quanto la
sua opera diventa anonima, quanto più la sua tecnica coincide con una
perfezione che non è più individuale, non è più segno distintivo di
quell'autore ma va al di là dell'individualità personale. Per il
pensiero orientale la perfezione è qualcosa di raggiungibile. Mentre
nella concezione occidentale la perfezione è qualcosa a cui si può
tendere, senza mai raggiungerla, perché la perfezione è un attributo
soltanto di Dio, in oriente l'uomo stesso, quanto più si distacca dalla
propria individualità singola, personale, tanto più riesce a diventare
perfetto, compiuto, a porsi ad un livello di ulteriorità rispetto alla
individualità. |