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Ci sono alcune cose semplici da dire sulle
terminologie. Taoismo, come Buddhismo e Induismo, sono parole inventate
dagli europei, ma in realtà la parola esatta per dire taoismo in cinese
è Dao jia, che significa letteralmente taoismo filosofico, perché
in realtà bisognerebbe distinguere il taoismo filosofico dal taoismo
religioso.
Dao jia significherebbe letteralmente sapere del Dao, o
sapienza del Dao o, se vogliamo, con una parola totalmente
occidentale di origine greca filosofia del Dao. Anche qui, per
abituarsi alla pronuncia esatta, Dao e non Tao, anche se fino a pochi
anni fa la traslitterazione in tutte le traduzioni europee si trovava
Tao. Anche il testo Taoteching si dovrebbe dire Daodejing.
Il Dao jia, filosofia, sapienza, via filosofica del Dao, si distingue
dal Dao jiao, o taoismo religioso. Anche questa è una distinzione che
abbiamo fatto noi europei, poiché in cinese questa suddivisione è molto
meno netta e non viene quasi mai usata. Su cosa si basa questa
distinzione? Il Dao jia, o taoismo filosofico, fa riferimento a 3 testi
che sono: il Daodejing, il Zhuang zi e il Liehzi.
Zhuang zi significa letteralmente maestro Zhuang zi,
però in cinese una parola che indica il maestro può anche indicare
l'opera di quel maestro, e quindi Zhuang zi è sia il maestro sia gli
scritti di quel maestro. Liehzi è il nome di questo grande maestro, ma è
anche la raccolta dei detti del maestro Liehzi.
Questi sono i 3 testi fondamentali del taoismo filosofico. Occuparsi
invece del taoismo religioso (Dao jiao) sarebbe un'impresa sterminata,
dato che il canone del taoismo religioso è di 14.000 volumi. In realtà
questo enorme canone taoista raccoglie testi che sono di tutto lo
scibile, e non solo di religione, ma di medicina, botanica, zoologia,
cosmologia, geologia, mineralogia, farmacologia etc. ed è il sapere
universale della Cina classica. Quindi all'interno potremo trovare dei
trattati che parlano di come si preparano i farmaci in base alle erbe e
in base ai metalli, come vi troviamo la terapia da fare con questi
farmaci etc.
Il più grande esperto europeo è K. Schipper che ha pubblicato molto
tempo fa in Francia un libro che è stato tradotto in italiano e che si
intitola "Il corpo taoista", opera a cui faremo riferimento
perché è un testo fondamentale per capire il concetto di corpo taoista,
che non è il semplice corpo fisico, individuale di uomini e non e
nemmeno il corpo generale del genere animale ma è il corpo cosmico, cioè
il corpo dell'universo, ovviamente con all'interno delle
differenziazioni, tanto è vero che il sottotitolo di questo famoso libro
è "Corpo taoista: corpo fisico, corpo cosmico".Vedremo che
differenza c'è tra il corpo fisico degli individui e il corpo cosmico.
La più grande esperta mondiale del taoismo religioso, è stata A. Seidel,
tedesca, che ha scritto un piccolo libro ma importantissimo "Il
taoismo come religione non ufficiale della Cina" (ed. Cafoscarina -
Venezia). Contrariamente a quanto siamo stati abituati a pensare per
moltissimi anni, A. Seidel dice che la vera religione di fondo, lo
sfondo religioso cinese, dalle origini ad oggi compreso il maoismo, lo
sfondo più importante della Cina è il taoismo e non il confucianesimo.
Questo lo dimostra con documenti alla mano, ma si può capire questa
centralità del taoismo leggendo anche altre opere di uno dei più grandi
sinologi, il francese F. Jiullien il quale ha dimostrato, o
meglio ha tentato di dimostrare, che in realtà lo sviluppo teorico del
confucianesimo ha dentro di sé moltissimi elementi taoisti che i
confuciani hanno preso, assorbito, rielaborato ma che non sono propri
del confucianesimo. Quindi, il confucianesimo, è vero che è stato
determinante, ma lo è stato grazie a ciò che ha assorbito dal taoismo.
Perciò se si vuole verificare l'importanza del taoismo alla base di
tutta la sua concezione del mondo, ma soprattutto della religione
cinese, vanno tenuti presenti questi due autori.
Ora delimiteremo il campo sui testi taoisti filosofici. Il testo a cui
si farà riferimento più frequentemente è appunto il Daodejing. Le due
traduzioni, che sono le principali e attuali traduzioni di cui
disponiamo in italiano: una è quella del 1977, curata da Fausto
Tomassini e pubblicata dalla Utet, e l'altra che è più problematica è
edita dalla Adelphi. In realtà sono tutte e due carenti e attendiamo da
anni una nuova traduzione in italiano, importantissima, perché non è
tratta da altre traduzioni come quella della Adelphi, ed è fatta da un
grande sinologo che è Attilio Andreini dell'università di Venezia, e
l'edizione dovrebbe essere della Einaudi di Torino. Non avendo
attualmente Andreini, utilizzeremo il Tomassini, il cui grande vantaggio
è di riunire in un volume le traduzioni di tutti e 3 i testi: il
Daodejing, il Zhuang zi e il Liezhi.
Volendo fare una precisazione di carattere terminologico su che cosa è
il Dao, come si traduce e se si può tradurre, potremmo dire che molte
persone che si sono occupate di taoismo ci hanno perso il sonno.
Nel
carattere Dao, via, che è il Do giapponese, vediamo che c'è il radicale
di piede e poi quello di testa. Quindi il Dao viene tradotto come via,
cammino ed è la traduzione ufficiale che noi di solito troviamo. Per cui
Daodejing vuol dire il libro della via e della virtù (de).
Un problema interessante, che ci spiega subito la differenza tra
un'impostazione occidentale e l'impostazione cinese è che via, cammino,
pensiamo alla strada, o ad un sentiero, quindi qualcosa di fisico, ed
anche in cinese c'è questo significato, ma ciò che è fondamentale e che
viene da noi occultato è che la mentalità cinese è una mentalità attiva,
pratica, non teoretica e non astratta, per cui non vede mai le cose
autonomamente in sé e per sé come stati di cose, ma come processi.
Quindi via o cammino è da intendersi certamente come strada su cui si
cammina, ma è da intendersi come movimento dell'andare, cioè come
cammino.
(segue una conferenza del Dott. Marcello Ghilardi, da
Shiatsu Do n°35 dicembre 2005)
Letteralmente Dao in cinese significa strada in senso
fisico. Quasi tutte le parole cinesi e giapponesi hanno, in origine, un
significato molto concreto e materiale. Però Dao ha anche un significato
verbale, e significa il camminare, il percorrere, l'avanzare. Con il
susseguirsi degli strati di significato, spesso alcune parole iniziano
ad avere anche un significato traslato, metaforico. Quindi Dao, da
strada, sentiero, diventa Via, nel senso di disciplina. Il Dao è
il processo, la Via naturale, la Via della spontaneità. E' il movimento
processuale, dinamico, seguito da tutte le cose che sono nella Natura.
E' il grande termine di riferimento dello Yin/Yang, della cooperazione
degli opposti.
Questi monaci cercano nella loro indagine, nella loro ricerca e nel loro
studio di cogliere l'essenza del Dao e hanno dei problemi, perché il Dao
sfugge ad ogni definizione, è al di là di ogni determinazione. Tant'è
che il I cap. del Daodejing recita: "Il Dao di cui si può parlare non
è il vero Dao" perché il Dao è al di là dei nomi. La Via di cui si
può parlare è una Via fasulla, costruita; è qualcosa che, in realtà, non
è l'essenza della Via. Notiamo subito la sfiducia nei confronti del
linguaggio e della ragione nel poter cogliere l'essenziale. Per poter
cogliere il Dao non si può e non si deve parlare.
Un
monaco viaggia alla ricerca di un maestro. Il nome di questo monaco,
tradotto in italiano, è Intelligenza. "Intelligenza scalò il monte dell'indistinzione
e incontrò Enunciato Del Non Agire (il
nome di un altro monaco).
Intelligenza gli fece delle domande: per conoscere il Dao che cosa si
pensa e su cosa si riflette? Per restare nel Dao quale posizione si
adotta? E a che cosa ci si applica? Per possedere il Dao da dove si
parte? E quale strada si segue? Enunciato Del Non Agire non dette
nessuna risposta a queste domande. Non che non volesse, ma non sapeva
che cosa rispondere". Non avendo ottenuto nessuna risposta, Intelligenza
tornò da dove veniva. Prese la direzione dell'acqua bianca (verso sud) e
si arrampicò sulla collina del vuoto del dubbio e vide "Il Pazzo Che Non
Sa Rispondere" (un altro monaco taoista),famoso proprio perché non ha
nulla da dire (è
notevole la figura di saggi molto lontani dalle nostre figure
tradizionali dei maestri orientali che hanno sempre una risposta e sanno
sempre che cosa dire).
Gli
fece le stesse domande. Ah, io lo so - disse Il Pazzo Che Non Sapeva
Rispondere - e adesso te lo dico. Ma benché volesse parlare, dimenticò
quello che voleva dire. Non avendo ottenuto alcuna risposta,
Intelligenza tornò al palazzo del sovrano. Qui Intelligenza fece le sue
3 domande al Sovrano Giallo. Questi gli disse: per conoscere il Dao non
si deve né pensare né riflettere. Per restare nel Dao non si deve
adottare nessuna posizione né applicarsi a nulla. Per possedere il Dao
non si deve partire da nessuna parte né seguire alcuna strada.
Intelligenza chiese allora al Sovrano Giallo: noi due lo sappiamo
adesso, ma gli altri due non lo sanno. Chi ha ragione? Disse il Sovrano
Giallo: Enunciato Del Non Agire è nel vero. Il Pazzo Che Non Sa
Rispondere pure sembra essere nel vero. Ma voi ed io non ci avvicineremo
mai alla verità. Infatti colui che sa non parla, colui che pala non sa.
Il monaco Intelligenza fa delle domande ad un altro monaco circa
la natura del Dao e questo monaco non sa rispondere. La cosa curiosa è
non che non volesse, ma non sapeva cosa rispondere. Spesso noi siamo
abituati alla figura del maestro orientale che non risponde perché sa
già che la risposta data col linguaggio delle parole è una risposta
parziale. Qui invece viene detto che non sa cosa rispondere. Non è che
non voglia, non è che abbia in testa un piano per far capire che c'è
qualcos'altro, ma proprio non sa che dire.
Cosa significa allora, che veramente gli idioti sono i più sapienti?
Forse si, o forse significa: attenzione! Un conto è studiare, un conto è
approfondire qualcosa, anche intellettualmente. L'uomo è un animale che
ha la ragione discorsiva tra le sue caratteristiche naturali. Quindi
anche la ragione, in quanto caratteristica naturale ed umana, va
coltivata. Dire che colui che sa non parla non significa che, allora,
bisogna rinunciare a qualsiasi indagine, ma significa che bisogna
saperla contestualizzare, relativizzare, e bisogna saper conferire il
giusto peso alle cose. Significa che non bisogna sopravvalutare le
potenzialità del linguaggio. Significa che spesso è la pratica, è
l'esperienza che ci dice più cose di quante ce ne dicano le parole. Per
questo il saggio si serve di un insegnamento senza parole. Il Dao non lo
si può ottenere, la Virtù non la si può raggiungere.
Per questo è detto:
dopo che si è
perduto il Dao, viene la Virtù. Dopo che si è perduta la Virtù, viene
l'amore per gli uomini. Dopo che si è perduto l'amore per gli uomini,
viene la giustizia. Dopo che si è perduta la giustizia, viene il rito.
E' una sorta di gerarchizzazione, di scala decrescente di valori: dal
Dao alla Virtù, all'amore per gli uomini, alla giustizia, al rito.
Dietro questa scala decrescente c'è una critica nemmeno tanto velata,
per i cinesi del tempo, all'etica confuciana, che metteva invece al
primo posto i riti, l'amore per gli uomini (la principale virtù
confuciana) e che considerava la dimensione uana pienamente raggiunta e
raggiungibile attraverso uno sforzo e una accumulazione di cultura. La
ritualità era uno degli strumenti principali che l'uomo poteva
utilizzare per poter veramente diventare uomo. Per la tradizione
confuciana solo attraverso il rito l'essere umano riesce ad elevarsi al
di sopra della sua animalità.
Quello che sembra qui è una polemica tra scuole diverse e rivali. La
taoista considera il ritorno al Dao come un distacco alla dimensione
culturale e sociale. Il ritorno all'origine è uno dei temi principali
della concezione taoista. Bisogna staccarsi dalla cultura come
incrostazione sociale, come dimensione troppo irreggimentata per
riguadagnare il rapporto con la spontaneità della natura, quindi con il
Dao. I confuciani compiono un percorso che pare diametralmente opposto.
Bisogna acculturarsi, studiare i testi antichi. Bisogna strutturare la
società tramite rituali per poter seguire il corso della natura umana.
Al di là di questa visione diametralmente opposta c'è però una base
comune tra taoismo e confucianesimo. E' come se si seguissero due metodi
diversi per tendere ad una stessa meta. E' come se, volendo scalare una
montagna, si seguissero due percorsi diversi, dal versante sud e dal
versante nord, per raggiungere però la stessa vetta. L'idea di
purificazione dalla cultura e dal rito dei taoisti e l'idea confuciana
di un assecondamento, di una strutturazione e di una costruzione
attraverso il rito alla fine convergono. |