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Un
termine chiave per penetrare nella complessa architettura delle
discipline tradizionali del Giappone
- pittura, calligrafia, arti marziali, teatro nō, shiatsu, ikebana,
chanoyu - è ma
Composto
con un kanji che unisce i due battenti del carattere di
<<porta>>
o
<<cancello>>
e il carattere che sta per
<<sole>>1,
è quasi intraducibile, tanto vasto è lo spettro semantico che dispiega; si può
rendere in modo più o meno approssimato con <<intervallo>>,
<<frammezzo>>,
<<fra>>; oppure,
considerandolo nella valenza temporale, come <<durata>>,
<<ritmo>>.
Delineare il
nucleo concettuale di ma è estremamente arduo, dal momento che -
come ogni termine che designa un aspetto della sensibilità giapponese -
esso evoca un'esperienza, una situazione fisico-psichica ed emotiva, più
che un concetto filosofico passibile di un'indagine razionale. Nella sua
polisemia, il termine è presente tanto nel linguaggio quotidiano quanto
nei lessici specifici delle diverse discipline; esso pertiene tanto ad
aspetti della vita quotidiana, quanto nell'ambito dello sport o delle
arti. Senza addentrarsi nella vastissima gamma di possibilità d'uso che
sono dispiegate da ma, ciò che qui interessa è l'area di
significati attorno al tema dell'<<intervallo>>, del
<<fra>>, del rapporto
tra continuità e discontinuità, che nelle discipline tradizionali svolge
un'importanza preminente. Innanzitutto è da sottolineare che ma non
indichi "qualcosa", una qualche entità - concreta o astratta - bensì
l'indefinibile che appunto si colloca <<fra>> qualcosa e qualcos'altro, ciò che "sta in mezzo"; un vuoto, un
intervallo uno spazio (o un tempo) di sospensione, per quanto
impercettibile.
<<La coscienza estetica di ma nasce con la
percezione di una distanza, a partire da una rottura temporale o
spaziale [...]. Ma è una distanza tagliata sia nello spazio che
nel tempo, e si può affermare che sia una coscienza estetica che insorge
in base a quella particolare lacerazione>>2.
Dunque ma implica una cesura, un taglio, una discontinuità
- spaziale e temporale. E' tale discontinuità che segna l'emergere di
una coscienza percettiva ed emotiva; ovvero, tale coscienza non esiste,
non si dà prima o indipendentemente dall'emergere di tale discontinuità.
<<Si può dire che ma, distanza di una
rottura spazio-temporale, creata a partire da una originale lacerazione,
non è né tempo né spazio, è una coscienza estetica [...]. Ma è la
bellezza che si materializza con lo strutturarsi di una speciale
condizione di rottura>>3.
Tuttavia, bisogna fare attenzione all'uso dei termini: qui
<<coscienza>> non denota un
io-soggettivo che si pone di fronte e in opposizione ad un altro
soggetto o ad un oggetto. La <<coscienza estetica>> determinata dall'insorgenza di ma è piuttosto una interrelazione
di identità, che si strutturano e si conoscono sempre e soltanto nella
relazione, nello scambio reciproco. Ogni coscienza particolare e
soggettiva esiste in quanto discontinuità-nella-continuità, come scarto,
cesura, movimento rispetto all'insieme identitario delle totalità delle
relazioni possibili (tra le persone, le cose, gli eventi). Ciò che di
volta in volta possiamo isolare come singolo individuo, singolo oggetto,
singolo evento dipende solo dalla maggior focalizzazione con cui noi lo
osserviamo; in realtà non è mai scisso o separato dalla totalità. La
pretesa di potersene distaccare - cioè di potersi pensare al di fuori
della relazione, autonomi e indipendenti - è semplicemente un errore di
prospettiva, un difetto dell'osservazione.
Ma torniamo alla dimensione di ma nelle arti: un esempio tratto
da un testo sull'estetica giapponese è particolarmente illuminante a
riguardo. La situazione presa in esame descrive la scena di una
rappresentazione del teatro nō: proviamo a prendere nota
fedelmente di ciò che si dà a vedere sulla scena. L'attore entra
silenziosamente, un passo dopo l'altro; il suo incedere lento e
flessuoso già derealizza la consueta camminata lineare che si accorda al
fluire del tempo. Ma non si tratta solo di un movimento irreale delle
gambe. A ben vedere, questo incedere è l'estremo kata del
camminare dell'uomo. Ogni volta che l'attore sposta un piede, sfiorando
lievemente il pavimento, solleva un poco le dita verso l'alto: ora il
destro, ora il sinistro, il movimento delle dita del piede completa il
passo e lo spezza, lo taglia. Ed è da questo <<taglio>>
[kire] che
<<continua>>
l'incedere del passo successivo4.
Il camminare umano è diverso dal continuo procedere di un'automobile,
che avanza sempre in contatto col terreno: al camminare appartiene un
<<taglio-continuità>> che
non è solo discontinuità/continuità spazio-temporale, perché in questo
<<taglio-continuità>> si
rispecchia shôji, la relazione unitaria di cesura e continuità
tra vita [shô] e morte [ji]. Vivere si fonda sul respiro [iki]:
inspirare ed espirare. L'inspirazione e l'espirazione tagliano e al
tempo stesso creano continuità.. Questo ritmo rivela già che la vita [iki,
omofono di iki, respiro] non è una continuità senza limiti, ma
l'attività di un'esistenza finita. Forse, se si esprime in un kata il
<<taglio-continuità>> del
camminare umano, tagliando via ed eliminando il superfluo, esso diventa
come l'incedere dell'attore [...]: nel kata si
<<taglia>> via in generale ogni elemento accessorio. Sul palco [del teatro nō],
è il movimento dei piedi a mostrare un tale <<taglio>>5.
L'alternanza tra movimento e stasi, il blocco improvviso del corpo che
segue l'incedere dei passi, sono alcuni dei segreti di cui deve
impadronirsi un bravo attore di teatro nō. La capacità di
muoversi nel modo adeguato dipende dalla corretta valutazione di ma,
che significa anche saper correlare il passo al respiro. Un incedere
slegato dalla respirazione è un movimento morto, privo di afflato e di
energia. La respirazione stessa è, a ben vedere, una serie ininterrotta
di discontinuità-nella-continuità: inspirazione ed espirazione sono i
movimenti primi e originari della dimensione processuale della vita, e
si riflettono in ogni movimento, in ogni esperienza, in ogni aspetto
della vita: una volta yin, una volta yang.
Se la vita e il procedere umani si possono individuare per certe
determinate caratteristiche, tra queste certo vi è quella della
<<cesura e continuità tra vita e morte>>:
l'uomo non soltanto <<vive>>, ma vive accanto alla morte; così come non soltanto si
<<muove>>, ma si muove in rapporto alla quiete, all'immobilità. Non è mai escluso
l'elemento complementare, la continuità non si dà mai senza una
discontinuità al suo interno. Addentrarsi in un kata significa
affinare questo rapporto tra continuità e discontinuità: qualunque sia
la disciplina in cui ci si investe, il kata diventa lo strumento
per <<eliminare il superfluo>> e ogni elemento accessorio, e avvicinarsi il più possibile alla purezza
del rapporto tra pieno e vuoto, tra continuità e discontinuità, tra sé e
altro da sé. In questo senso, se l'esercizio nel kata sottolinea
all'inizio una dimensione eminentemente estetica - estetica in senso
ampio, ovvero legata alle nostre percezioni ed emozioni e al nostro
"essere al mondo" in quanto soggetti senzienti e pensanti - esso conduce
anche a una dimensione etica e relazionale. <<Ma
è qualcosa che realmente si crea fra (ma) una persona e l'altra.
La comunicazione [...] contiene una parte emotiva, ed è in base ad essa
che si può afferrare quel "fra">>6.
Entrare
in relazione, cioè dare e ricevere, permette a due o più persone di
intuire il ma, di farne parte. Disconoscere la dimensione di
"continuità discontinuità" che sussiste sempre, in ogni aspetto della
vita e in ogni relazione, comporta il rischio di ciò che in giapponese
si dice ma ga nukeru,
<<caduta di ma>>7,
cioè incomprensione,
ritardo - in una risposta verbale, gestuale, emotiva - all'appello che
ci viene dall'altro. "Afferrare" ma, invece, permette non
soltanto di migliorare il nostro rapporto e la nostra comprensione della
disciplina che pratichiamo, ma anche di vivere meglio la relazione con
le persone che ci circondano e con l'ambiente in cui viviamo.
Note:
1 Il kanji si pronuncia anche <<kan>>
o <<aida>>, a seconda dei
casi.
2 M. Nishijyama, Storia dell'insorgenza estetica di ma, in Ma. La
sensibilità estetica giapponese, a cura di Luciana Galliano, Edizioni
Angolo Manzoni. Torino 2004, pp.85-94
3 Ivi, p.89
4 Mentre il suo piede scivola in avanti, l'attore di teatro nō
tiene le dita leggermente sollevate. Quando il piede si arresta, le dita
vengono abbassate: qui si "taglia" il passo, che viene cioè completato.
La cesura che si crea con l'arresto del movimento di avanzamento dà
forma alla continuità della camminata, che si attua così come una
successione di continuità discontinuità.
5 R. Ohashi, Kire. Das 'schöne' in Japan, DuMont Buchverlag, Köln
1994, p.13 (traduzione di Enrico Fongaro).
6 H. Jingu, Psicologia di ma, in Ma. La sensibilità estetica
giapponese, cit.,pp.43-54.
7 Cfr. ivi, p.53 |