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Esperienza al carcere minorile di Quartucciu

(articolo da Shiatsu Do n°14 luglio 1999)

 

 

La proposta fattaci da Attilio, sulla possibilità di praticare shiatsu ai ragazzi del carcere minorile di Quartucciu, è stata accolta con molto entusiasmo e partecipazione e, riconoscendo l'importanza del contatto fisico come comunicazione nei rapporti interpersonali, volevamo dare ai ragazzi la possibilità di conoscere e sperimentare un modo diverso e più dolce di essere avvicinati. Così, per la prima volta, giovedì 18 febbraio alle ore 15.00 ci siamo trovati nel parcheggio interno del carcere, eccitati ed emozionati per la nuova esperienza, ironizzando sui nostri pallori e batticuori per sciogliere un po' la tensione. A gruppo compatto, ci siamo avviati all'interno del carcere. Il grande cancello di ferro si è chiuso alle nostre spalle e intorno a noi le cose "più forti" sono state l'isolamento e il silenzio totale che ci hanno accompagnato sino a dentro la saletta dei trattamenti. Qui l'atmosfera è completamente cambiata: l'accoglienza spontanea e chiassosa dei ragazzi e la disponibilità concreta a sistemare i materassini hanno permesso a noi adulti, prevenuti e intimoriti, di sciogliere la tensione che stavamo accumulando. Già dai primi trattamenti abbiamo sentito che non era diffidenza nei nostri confronti o resistenza alle pressioni, bensì la curiosità vigile che dimostra ogni persona alle novità, e questo loro lasciarsi andare, questo loro rilassarsi abbassando la guardia è stata per noi la migliore delle gratificazioni.
Da tempo la nostra voglia di allargare gli orizzonti dell'U.L. ci ha portato a conoscere e collaborare con associazioni di volontariato di vario tipo, in particolare con Terres des Hommes. Grazie all'interessamento di Eleonora che da anni si occupa, col gruppo UISE, di organizzare iniziative nell'ambito sociale, siamo riusciti a contattare i responsabili del carcere minorile di Quartucciu. Abbiamo così avuto la possibilità di far conoscere ai ragazzi all'interno del carcere un modo sicuramente nuovo di comunicazione e di contatto. Questa esperienza è andata oltre le più rosee aspettative al punto che si è arrivati alla proposta e alla decisione di iniziare un minicorso di dodici ore, da tenersi nel mese di giugno, in modo da dare ai ragazzi la possibilità, oltre che di ricevere trattamenti, anche di iniziare a praticare. Alleghiamo di seguito alcune considerazioni di colleghi facenti parte del gruppo di volontariato relative all'esperienza fino a ora realizzata. Dobbiamo confessare che alcuni di noi hanno trovato nell'esperienza un arricchimento personale così forte e inusuale da non poter trovare le parole adeguate per tradurre le sensazioni e le emozioni.
Sono andato poche volte al carcere, quattro o cinque, non di più, e mi rammarico del fatto che almeno un paio di volte mi è capitato di portare ai ragazzi non tanto il benessere ma
piuttosto le mie preoccupazioni e i miei affanni. Le altre volte sono state invece occasioni di scambio, come dovrebbe essere sempre un trattamento shiatsu o comunque in una situazione di volontariato. Mi sento bene quando sono impegnato in una situazione di aiuto; mi gratifica e mi appaga, anche se è sempre presente il dubbio su quanto ciò che faccio è rivolto veramente agli altri e quanto va invece a soddisfare il mio ego, il mio bisogno di sentirmi "buono e bravo", ma forse è bene che il dubbio ci sia, peggio sarebbe non porsi il problema.
Per ciò che riguarda lo shiatsu, forse i miei trattamenti non sono stati dei migliori, sono molto fuori allenamento ma spero di aver regalato comunque qualche attimo di serenità.
Ho voluto fare volontariato in carcere per due motivi principali: fare una nuova esperienza e avere la possibilità di fare ulteriori schede utili. Il primo impatto col carcere e coi ragazzi è stato per me distacco, sensazione di qualcosa di irreale nella quale io ero una spettatrice.
Vengo a sapere che non si possono fare schede, non si possono fare domande e provo delusione. Pazienza, mi dico, mi vivo la nuova esperienza e poi vedrò. Magari a qualcosa mi
sarà utile. Il primo trattamento nella fase iniziale è stato per me di grande imbarazzo e tensione. Paura di essere invadente: rabbia per le risposte a monosillabi che non danno
soddisfazione. Sono in tumulto. Ma dopo forse dieci minuti me ne frego di tutto, mi lascio andare ed entro in "contatto profondo" con il ragazzo. Non so esattamente cosa mi succeda, ma sento una forte emozione: sono profondamente commossa, devo esercitare un forte autocontrollo per non piangere. Continuo il trattamento con una forte carica di amore, così pure con il secondo ragazzo. Qualcosa mi è accaduta, anche se non so esattamente cosa, ma uscendo dal carcere sento che c'è stata la mia trasformazione. Ho deciso di continuare, non mi importa delle schede che non posso fare, non mi importa se questi ragazzi non mi danno una soddisfazione verbale alla quale mi ero abituata con le altre persone al di fuori dal carcere: sento comunque di poter essere utile a questi ragazzi anche se non vengo riconosciuta verbalmente, di poter trasmettere amore anche senza condizione. Questo mi fa sentire più libera e matura. Ho avuto una grande lezione di umanità.

 

Angela Murru

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