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L'occidente ha abbracciato lo shiatsu in un tempo
breve. Il crescente isolamento di tante persone in una società
urbanizzata, la delusione per una medicina spersonalizzata, il bisogno
di contatto fisico, soprattutto nei paesi nordici, e l'interesse per
tutto quanto viene dall'oriente sono alcune delle cause del successo
dello shiatsu. Le persone ne hanno riconosciuto la valenza terapeutica e
di rilassamento, ma anche il ruolo importante come metodo evolutivo.
La sua semplicità nell'attenzione alla persona ha fatto innamorare tanta
gente. E tanta gente si è dedicata allo studio e alla pratica di questa
disciplina, per noi così nuova, portandola a una diffusione e a uno
sviluppo notevolissimi, anche in forme talora poco riconducibili
all'originale. Tante persone hanno mescolato tecniche di varia
provenienza modificando e adottando lo shiatsu alla loro filosofia di
vita o al trend del momento. Hanno guardato sia a oriente, attuando
integrazioni con l'agopuntura, il qi gong, il tuina, sia a occidente,
con l'osteopatia, la kinesiologia o la terapia craniosacrale.
Sono nate tante scuole, ognuna con la sua identità, la sua storia e il
suo modello formativo. Scuole e terapisti si sono riuniti a livello
nazionale per creare federazioni e associazioni. Ci sono stati confronti
per trovare punti in comune, scambiare esperienze e trovare una via di
regolamentazione dello shiatsu. Nonostante ciò, sono rimaste differenti
correnti di pensiero: chi vede lo shiatsu come una forma di terapia, chi
come una pratica medica o come una strada verso il benessere o ancora
come uno stimolo culturale per l'evoluzione della persona.
Comunque, quasi tutti hanno intrapreso la strada del riconoscimento
professionale. Personalmente mi sono sempre tenuto ai margini di questa
ricerca, ma ugualmente ho seguito l'operato di coloro che se ne sono
occupati. Tutto questo accade mentre tutti sappiamo che i riferimenti
giapponesi dello shiatsu attuale sono il metodo Namikoshi e il metodo
Masunaga, cioè lo Iokai Shiatsu. Studio e insegno da tanto tempo
all'interno dell'European Iokai Shiatsu Association e sono fondatore
dell'unica scuola Iokai in Italia; in questa veste mi è stato chiesto di
scrivere qualcosa sullo Iokai Shiatsu e sulla tecnica che lo
caratterizza.
Il mio riferimento è Sasaki-sensei. Masunaga-sensei non l'ho mai
incontrato. Perciò, pur riconoscendo i grandi meriti che ha avuto nella
ricerca sui meridiani, provando grande rispetto e stima per la sua
figura di innovatore, di persona dotata di carisma e intelligenza, non
posso prenderlo a modello. Preferisco partire da qualcosa di concreto,
dalla mia esperienza, per condurvi man mano a riflettere su alcuni
argomenti che meglio ci introducano alle "tecniche" Iokai.
Nella preparazione di questo articolo ho avvertito la delicatezza
dell'argomento,perché il metodo Masunaga, a cui tanti si riferiscono e
che tanti praticano in buona fede, viene sbandierato un po' da tutte le
parti a garanzia della serietà di questa o quella scuola. Ognuno ha il
pieno diritto di fare riferimento al metodo di Masunaga, ma se tanti
conoscono i suoi scritti e hanno partecipato a convegni e dibattiti
sulle sue "estensioni", pochi conoscono la realtà della ricerca Iokai.
Sono giunto a queste conclusioni dopo la lettura di numerosi articoli
che trattano dello Iokai Shiatsu con infinite interpretazioni e
argomentazioni. Posso dire che ho visto molte differenze nell'approccio
e nello spirito, anche quando le tecniche sembrano eseguite bene. Le
tecniche possiamo sempre copiarle, ma l'approccio, l'atteggiamento e il
bagaglio filosofico seguono un'altra via di trasmissione. Ogni
insegnante trasmette con la sua esperienza quello che ha imparato dal
suo insegnante, il quale a sua volta ha imparato dal suo e così via a
ritroso. Quando si ricevono insegnamenti disarmonici si può andare in
confusione e perdere la strada. Il bisogno di una radice riconoscibile,
una fonte a cui rivolgersi, porta ad aggrapparsi ai libri o alle regole
di uno shiatsu "democratico".
Nello Iokai la strada è molto chiara, perché segue la tradizione
privilegiando la relazione maestro-allievo (I Shin Den Shin) cercando di
tenere in vita la catena della trasmissione della conoscenza e dello
spirito. E' un modello che conosciamo poco e che può risultare difficile
da seguire. La nostra società è individualista e il nostro ego si sente
facilmente a disagio davanti a un sensei. Temiamo che ci venga chiesto
di eseguirlo acriticamente, di vivere nel disagio e nell'ignoranza fino
a che lui lo ritiene opportuno.
Ma chi osserva attentamente può vedere che questa persona è un uomo
normale con un ruolo utile: incarna la tradizione e tutti gli input che
riceve dagli allievi. Nella sua didattica ci propone tutto questo
rielaborato. Il nutrimento è reciproco, così il metodo non solo viene
sviluppato, ma cresce nell'interazione tra studenti e insegnanti e può
crescere perché la radice è riconoscibile. Il sensei oltre alla tecnica
indica la strada, la Via, protegge lo spirito originario e lo tiene
vivo. Accoglie quelle novità che possono integrarsi armoniosamente con
lo spirito originario, che conserva la sua posizione centrale. Questo è
un aspetto molto importante nello Iokai.
Vorrei sottolineare che si può obiettivamente parlare di Iokai Shiatsu
solo quando si riconosce questo fatto. Anche la tradizione ha un suo
ruolo ed è degna di rispetto. Spesso dimentichiamo che quello che
sappiamo adesso lo dobbiamo ai nostri antenati. Potete immaginare
l'Italia senza le sue tradizioni, senza i suoi piatti, i suoi costumi,
le sue immense risorse culturali e la sua religiosità? Sarebbe un'Italia
senza radici, senza calore, svuotata del suo spirito. Ci interessa
ritornare al pensiero originario per trovare il fondamento che ci
spieghi come l'uomo antico ha sviluppato dal suo punto di vista una
medicina che coinvolge sia il corpo che lo spirito e l'universo.
L'approccio antico è sempre stato molto umile e rispettoso verso
l'ambiente, i fenomeni dell'universo venivano osservati attentamente.
Erano tempi in cui la gente viveva molto più in armonia con la Natura e
con Dio. Noi abbiamo dimenticato la Natura e ci vergogniamo a parlare di
Dio: non ci sembra più importante, qualcosa che è lì, quello e basta.
Sappiamo a che ora inizia il telegiornale, ma non sappiamo se è luna
piena o calante. Chi si interessa alla medicina orientale e dunque alla
vita, dovrebbe, secondo me, coltivare un interesse per la natura: se ne
avvantaggerà anche nell'approccio della pratica shiatsu.
Quando guardiamo al mondo moderno vediamo che c'è la tendenza a mettere
tutto fuori da noi. Sembra che noi non siamo mai direttamente coinvolti.
La responsabilità della vita si è spostata da noi alle macchine
"intelligenti", alla tecnica; di conseguenza anche l'approccio di chi
tratta con la malattia è cambiato. Ormai questa è la nostra identità: da
un lato l'enorme sviluppo tecnologico e dall'altro il degrado nei
confronti umani e l'affievolirsi dell'attenzione per lo spirito.
Vogliamo evitare il male comunque e se possibile cambiare i pezzi che
hanno perso la loro funzionalità.
Nell'approccio antico, invece, la malattia fa parte integrante della
vita e si cerca solo di convivere al meglio con essa. A parole sembra
facile, ma risulta molto difficile toglierci il vizio della eliminazione
del male: schiacciare un po' qui e un po' là solo per togliere un dolore
o dare un momento di benessere è lontano dall'attitudine olistica.
Un aspetto che vale dunque di ricordare qui, è l'attenzione per il
proprio corpo. Apprendere una disciplina orientale significa sempre
usare il proprio corpo come veicolo trainante. Questa è la fonte di
conoscenza che abbiamo più a portata di mano e che possiamo in qualche
modo sollecitare. In fondo lo conosciamo poco, ne diventiamo consapevoli
quando comincia a darci segni di dolore o di fastidio. La sua mobilità
ci risulta normale, ma quando ci capita qualcosa e ci blocchiamo ci
accorgiamo quanto questa "macchina" sia sofisticata. Ma il corpo umano è
molto più di una macchina, è anche spirito e mente e porta in sé, nelle
sue cellule, le tracce dell'esperienza dell'intera evoluzione umana. Il
nostro corpo è affascinante come un misterioso, immenso libro da
sfogliare; è la nostra migliore palestra di pratica per sensibilizzarci
e per sviluppare il senso del meccanismo armonioso.
In pratiche come la meditazione e lo yoga questa affermazione ci suona
logica, visto che sono delle pratiche individuali, ma nello shiatsu
abbiamo la tendenza di portare tutta la nostra attenzione verso l'altro.
Nello Iokai diamo sempre molto valore a pratiche come il Do-In e lo Za
Zen. Fin dall'inizio cerchiamo di portare l'attenzione anche verso il
nostro interno, ci alleniamo nella nostra centratura e vigiliamo per
mantenere il corpo rilassato. Cerchiamo di spostare l'attenzione verso
il nostro intero corpo.
Chi comincia a studiare lo Iokai deve, secondo me, trovare un equilibrio
tra azione verso l'interno e verso l'esterno. Soprattutto con metodi
olistici come questo, la conoscenza di se stessi è importante. Chi trova
un buon equilibrio, si sviluppa con più facilità, e se lo shiatsu è
comunicazione, chi non sa comunicare con se stesso, fatica molto a
entrare in comunicazione con l'altro. La vera comunicazione è molto
difficile da riprodurre con parole riconoscibili. Lo stesso discorso
vale per la filosofia orientale che infatti ci sembra vaga e
paradossale. Credo che la fragilità nel mondo dello shiatsu venga dalla
difficoltà di mettere insieme teoria e pratica.
Nell'occidente la teoria è un modello schematico e fisso, nella medicina
orientale la teoria non è niet'altro che un riordino dell'enorme lavoro
pratico. L'esperienza orientale è millenaria e fatichiamo a integrarla
nella nostra quotidianità. Chi incomincia a studiare lo Iokai shiatsu
ricalca quelle tracce, cioè parte dalla pratica e al momento giusto
accoglie aspetti più teorici. I testi antichi parlano un linguaggio per
noi poco familiare e ci vuole pazienza e una buona guida per capirne il
significato profondo. Abbiamo fretta, vogliamo sapere tutto subito.
Quando lavoriamo vogliamo spiegare le nostre azioni ai nostri clienti,
vogliamo far vedere quanto sappiamo.
Ma stiamo parlando di una filosofia molto vasta e poetica, che non è da
comprendere mentalmente, ma da dentro. Abbiamo paura che dichiarando
onestamente di sapere poco o niente, perdiamo lavoro e credibilità.
Praticare lo shiatsu in modo umile è difficile, perché la società ci
provoca continuamente ad agire secondo criteri di concorrenza. Ma lo
shiatsu è quello che è e nella semplice onestà arrivano anche le
risposte. Ogni persona che pratichi a lungo una professione costruisce
la sua esperienza, indipendentemente dal metodo. Può essere una
competenza nel trattare certe patologie, nel lavorare con disturbi
psichici o con gli anziani. In ogni caso cerchiamo di mettere insieme
esperienza pratica e modello teorico.
Chi fa questo cerca la sua strada con un atlante in mano, cerca risposte
ben ragionate e agisce di conseguenza. Allo stesso tempo però è vittima
del suo atlante, che diventa la sua prigione, perché tutte le sue
sensazioni devono starci dentro. Sappiamo che è molto difficile
praticare senza un modello teorico, perché è come camminare al buio, ma
chi è attento si accorge che è altrettanto limitante farlo seguendone
uno.
Dobbiamo mediare tra le nostre sensazioni, il nostro intuito e la
conoscenza acquisita con la mente. E' qui dove si esprime la nostra
profonda personalità, dove risiede l'intelligenza interiore e questa
intelligenza dobbiamo affinarla e coltivarla per trovare la giusta via:
è la vera scintilla che può fare di un semplice trattamento di shiatsu
un lavoro potente e penetrante. E' in questo vicolo che risiede
quell'aspetto dell'approccio che caratterizza un metodo.
Lo Iokai Shiatsu è sempre un approccio globale sui meridiani che non si
concentra sui punti, ma sui tratti interi. Secondo gli antichi, il ki
circola attraverso i dodici canali energetici. Chi lavora con il
meridiano nello Iokai cerca di facilitare il flusso del ki: l'approccio
consiste nell'accompagnare il movimento. Semplicemente significa che il
nostro tocco è molto attento a percepire la risposta. Cerchiamo di
toccare in modo comunicativo, di ascoltare il movimento del ki e di
adattarci in modo appropriato. Nella capacità di adattamento si nasconde
la giusta pressione.
Con questo approccio è il ki che ci guida e non siamo noi a volerlo e in
questo senso il paziente è il nostro maestro. Questo è uno dei principi
più difficili e più importanti per chi impara a praticare lo shiatsu in
modo approfondito. Di solito il nostro ego ha un progetto, vuole fare
delle cose e vuole farle secondo schemi teorici. Ma il ki rappresenta la
vita, non rappresenta programmi codificati e regole. Per questo un
praticante Iokai dovrebbe inizialmente imparare perfettamente la tecnica
e incorporarla per poi esercitarsi in quelle qualità che sono in
relazione con il proprio essere: esercitarsi a non volere, a essere
paziente, ad abbandonare i preconcetti, a sviluppare dentro di sé il
rispetto verso la vita. Incominciando a fidarsi delle sue sensazioni,
vedrà pian piano svilupparsi un altro livello di comunicazione.
Quando tocchiamo un meridiano tocchiamo la vita e non solo la vita di
quella persona, ma la vita dell'Universo. Questo approccio viene
dall'anima profonda di ogni persona. A mio avviso ha molto senso
esercitarsi in questa direzione quando pratichiamo lo shiatsu. Come
dicevo inizialmente, esistono due stili di riferimento. Quello che li
distingue non è tanto la tecnica quanto l'approccio. Il primo si
riferisce ad un modello di medicina convenzionale e di conseguenza le
tecniche sono in accordo con questo modello.
Lo Iokai, invece, ha intrapreso la via dell'approccio tradizionale sui
meridiani. Questo significa che certe tecniche hanno avuto un naturale
adattamento alla ricerca intrapresa. Quando vogliamo capire da dove
nascono le diverse tecniche, dobbiamo ricordarci che stiamo parlando di
una cultura che ha una immensa storia nelle pratiche manuali. Di
conseguenza è difficile sapere dove è nata una tecnica. credo che le
tecniche più svariate siano sempre esistite, solo non erano messe in
relazione con le tre regole di base che caratterizzano lo shiatsu:
pressione perpendicolare, stabile e sostenuta dal corpo.
Ritengo sbagliato che pensare che scuole diverse abbiano sviluppato
tecniche diverse: le scuole hanno adottato le tecniche adatte al loro
modello filosofico, al loro obiettivo. Comunque sia, personalmente mi
interessa poco sapere come è nata una tecnica; trovo molto più
interessante mettere in luce la filosofia e il pensiero che ha generato
il metodo che la sostiene e giustifica.
Ho elencato alcune considerazioni che dobbiamo fare quando vogliamo
studiare un metodo. Possiamo fare tante ipotesi su quanti stili di
shiatsu ci siano e su chi abbia introdotto qualcosa di innovativo.
Possiamo sezionare ogni metodo fin nei suoi più piccoli dettagli e
giustificali scientificamente o empiricamente, ma credo che alla fine ci
perdiamo in un labirinto. Se guardiamo alla tecnica, possiamo sempre
trovare delle differenze nell'esecuzione di un kata, nel modo di
trattare un meridiano o di diagnosticare. Ognuno vuole distinguersi
dall'altro, ma in questo caso la parola "stile" suona solo come
"tecnica", guarda al visibile, dimentica quella parte che caratterizza
proprio il cuore del metodo, il suo spirito!
E' più interessante e più difficile cogliere questo aspetto, perché
siamo facilmente influenzati da parole e immagini e la tecnica è lo
strumento più riconoscibile in un metodo. Ma, quando la tecnica è
assimilata e ben eseguita, vediamo spuntare alla luce il carattere di
tutti gli altri aspetti meno visibili che sono coinvolti: l'approccio,
l'atteggiamento, l'obiettivo, la filosofia. Credo che questi elementi
siano da valutare più approfonditamente, poiché la tecnica riusciamo ad
acquisirla nel tempo, ma per gli altri occorre un impegno diverso. Senza
questi rischiamo a mancare il bersaglio e sfruttiamo solo parzialmente
le nostre potenzialità. |